Ho ritrovato in taverna, mentre ero in cerca di alcuni libri, questo testo. È un testo a me caro, che appartiene a quel periodo di vita in cui il rapporto con il mondo degli adolescenti era molto forte. Ho tentato di fare l’educatore, poi ho capito che la mia strada era un’altra.
Sostengo che tutto quello che di bello abbiamo seminato non ci lascia mai, sia nei ricordi e soprattutto nel tempo. Tutto torna e arriva… Questo è un po’ quello che ha scandito i mie passi, di ieri e di oggi. Mai avrei pensato, dieci anni fa, di avere un mio piccolo spazio online, oggi, e poter dire la mia.
Buon inizio d’estate.
La comunicazione ha bisogno di riserve
Il problema grande è che la comunicazione ha bisogno di riserve (di riserbo), il riconoscimento reciproco ha bisogno di una soglia. Io mi rispetto e mi sento riconosciuto se mi colgo e sono colto nei gesti, nelle parole, nell’uso del corpo, anche come mistero insondabile che costituisce la mia unicità. È un rischio dei luoghi della notte; il rischio grande è che alla parola si sostituisca il corpo o il ballo, l’emozione, molto forte e immediata, di un contatto immediato, troppo immediato con me stesso, troppo immediato con l’altro.
Quando la musica assume dei ritmi cosi vicini a quelli fisiologici, io sono i ritmi fisiologici, sono il respiro, sono il battito cardiaco, sono la mia pressione che si alza e si abbassa, sono la mia emozione, la più ravvicinata allo stato del mio corpo. È qualcosa di importante perché io, anche il mio corpo sono la la capacità di sentire il vento, il mare, l’acqua di accarezzare l’altro, di essere accarezzato nella modalità non del prendere, ma dell’essere un po’ incantato dalla forma che accarezzo, come se sotto di me si riservasse, appunto. Il mio corpo è anche questa capacità di entrata del mondo, delle cose, della natura in me, oltre me, ed è melodia allora, non è ritmo battente uno/due/, uno/due…, si fa melodia, si fa racconto. È un’altra musica, potremmo dire, quella a cui aspira il mio corpo.
L’impasticcamento è dovuto anche alla paura di se stessi, delle proprie pulsioni e delle pulsioni dell’altro su di me. Si, è tutto questo. In una sorta di coccolamento generale che assomiglia molto al grembo materno, ma molto meno al tempo che si fa relazione, discorso, progetto, condivisione di significati. Calano anche le parole di numero, di precisione semantica, di capacità evocativa, ci si sente obbligati a “calare” per potere non vivere come pericoloso, in me e nell’altro, l’istinto, l’aggressività o la tensione sessuale.
– prof. Ivo Lizzola, brano tratto da “I giovani e la notte”

#1 by mirco on June 24th, 2010
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vivo nella notte e per la notte, li le aspettative sembrano non esserci. vorrei urlarlo ai cazzoni dei miei famigliari e finti amici che mi ronzano intorno di giorno
w la notte
#2 by Angelo on July 15th, 2010
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Ciao Mirco,
rispetto alle aspettative scriveremmo davvero libri e libri.
Riguardo al tuo post, quello che colgo è il desiderio di essere accolto incondizionatamente.
È il desiderio, io penso, di ogni uomo.
Accogliersi, accettarsi, volersi bene nel tentativo di tradurre tutto ciò in scelte concrete…