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Who a teacher is?

Il compito di un allenatore, di un educatore, di un insegnante è far crescere i propri allievi facilitando il loro processo di apprendimento secondo schemi personali e personali rielaborazioni della didattica. Ciò che accade “sul campo” rivela, ahimè, verità contrastanti: il pregiato “materiale umano” che sono i giovani, autentico valore aggiunto che può fare la differenza, è talvolta maltrattato.

Arriva l’estate ed è tempo di pagella per tutti coloro che vivono nel mondo dello sport. Lo definiamo ancora così? Siamo tutti d’accordo?

Lascio questo spunto di riflessione a tutti i professionisti del settore che, in questo anno sportivo, hanno avuto il complesso compito di “traghettare” i propri giovani allievi, “minori” per abilità ed età, al raggiungimento di un obiettivo.

Valutazione ed autovalutazione

  1. Ho proposto esercitazioni piacevoli?
  2. Ho scelto esercitazioni con difficoltà superabili, per dare soddisfazione e far crescere l’autostima e la fiducia in sé?
  3. Ho preferito esercitazioni che hanno favorito il rapporto tra gli atleti?
  4. Ho sviluppato capacità psicomotorie che hanno favorito l’apprendimento concreto di abilità?
  5. Ho coinvolto la famiglia di appartenenza dell’atleta nel mio progetto?
  6. Ho comunicato individualmente ed al gruppo le mie convinzioni per stabilire insieme un traguardo comune?

Ed infine…

  • Sono stato coerente tra quello che ho detto e le scelte che ho fatto?
  • Mi sono divertito con una società sportiva che, oggi, “punta” su di me?

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I giovani e la notte

Ho ritrovato in taverna, mentre ero in cerca di alcuni libri, questo testo. È un testo a me caro, che appartiene a quel periodo di vita in cui il rapporto con il mondo degli adolescenti era molto forte. Ho tentato di fare l’educatore, poi ho capito che la mia strada era un’altra.

Sostengo che tutto quello che di bello abbiamo seminato non ci lascia mai, sia nei ricordi e soprattutto nel tempo. Tutto torna e arriva… Questo è un po’ quello che ha scandito i mie passi, di ieri e di oggi. Mai avrei pensato, dieci anni fa, di avere un mio piccolo spazio online, oggi, e poter dire la mia.

Buon inizio d’estate.

La comunicazione ha bisogno di riserve

Il problema grande è che la comunicazione ha bisogno di riserve (di riserbo), il riconoscimento reciproco ha bisogno di una soglia. Io mi rispetto e mi sento riconosciuto se mi colgo e sono colto nei gesti, nelle parole, nell’uso del corpo, anche come mistero insondabile che costituisce la mia unicità. È un rischio dei luoghi della notte; il rischio grande è che alla parola si sostituisca il corpo o il ballo, l’emozione, molto forte e immediata, di un contatto immediato, troppo immediato con me stesso, troppo immediato con l’altro.

Quando la musica assume dei ritmi cosi vicini a quelli fisiologici, io sono i ritmi fisiologici, sono il respiro, sono il battito cardiaco, sono la mia pressione che si alza e si abbassa, sono la mia emozione, la più ravvicinata allo stato del mio corpo. È qualcosa di importante perché io, anche il mio corpo sono la la capacità di sentire il vento, il mare, l’acqua di accarezzare l’altro, di essere accarezzato nella modalità non del prendere, ma dell’essere un po’ incantato dalla forma che accarezzo, come se sotto di me si riservasse, appunto. Il mio corpo è anche questa capacità di entrata del mondo, delle cose, della natura in me, oltre me, ed è melodia allora, non è ritmo battente uno/due/, uno/due…, si fa melodia, si fa racconto. È un’altra musica, potremmo dire, quella a cui aspira il mio corpo.

L’impasticcamento è dovuto anche alla paura di se stessi, delle proprie pulsioni e delle pulsioni dell’altro su di me. Si, è tutto questo. In una sorta di coccolamento generale che assomiglia molto al grembo materno, ma molto meno al tempo che si fa relazione, discorso, progetto, condivisione di significati. Calano anche le parole di numero, di precisione semantica, di capacità evocativa, ci si sente obbligati a “calare” per potere non vivere come pericoloso, in me e nell’altro, l’istinto, l’aggressività o la tensione sessuale.

– prof. Ivo Lizzola, brano tratto da “I giovani e la notte”

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